TORNA A SPLENDERE UN ANTICO PALAZZO DI CORNIGLIANO
GRAZIE AL RESTAURO CONSERVATIVO DI INTONACI E TRAVERTINO
A CURA DEGLI ARCHITETTI ROBERTA MANTELLI E MICHELA RAVERA
Torna a splendere a Cornigliano, grazie a un intelligente restauro di tipo conservativo, un palazzo storico. L’intervento ha riguardato lo stabile di Via Baldovino Bigliati 3, di fronte alle ex acciaierie dell’Italsider, in una zona, quindi, che è interessata in questi anni a un ampio processo di trasformazione, con parecchi spazi “restituiti” alla cittadinanza dopo la chiusura dell’altoforno. Ultimamente sono gia’ quattro gli stabili sottoposti ad un approfondito restyling. Il restauro in oggetto , che ha tenuto conto delle caratteristiche e dello stile con cui fu costruito il palazzo negli anni Trenta, ha avuto come nodo centrale la ricostituzione dell’antico intonaco con una lavorazione in finto travertino, per restituire quell’effetto “pietra viva” pensato in sede di costruzione dell’immobile. Il progetto è stato condotto dallo studio degli Architetti Roberta Mantelli e Michela Ravera, Dottori di Ricerca in Recupero Edilizio e Ambientale, che hanno già portato a termine diversi restauri conservativi, soprattutto nella zona del centro storico di Genova. I lavori sono stati eseguiti dall’impresa Nuova Rivestimenti Domus Srl, specializzata nel travertino. A fornire i materiali, la ditta Caparol. La consulenza amministrativa è stata curata dallo Studio Marchini, mentre il progetto è stato approvato dall’Arch. Svevo Salvini dell’Ufficio Estetica Urbana del Comune di Genova.
CARATTERISTICHE TECNICHE DEL PROGETTO
Nella Cornigliano che sta pian piano tornando ad impossessarsi della sua antica connotazione architettonica, anche le manutenzioni dei palazzi meno prestigiosi e famosi possono contribuire in maniera importante a questa rinascita. L’intervento su uno stabile di via Baldovino Bigliati 3, proprio di fronte all’altoforno di Cornigliano, in una via oggi trascurata, rende evidente quanto l’asse viario possa, invece, a buon diritto diventare uno sfondo degno di prestigio per i futuri interventi. La via è delimitata da quattro palazzi, tutti uguali, con prospetti finiti con un trattamento ad imitazione della pietra naturale così come molti palazzi della Genova novecentesca. La patina di smog, peggiorata in questo caso dai fumi delle acciaierie, ha spento queste architetture che invece, come la manutenzione del civico 3 ha messo in evidenza, posseggono caratteri architettonici di sicuro pregio. Lo studio di architettura che si è occupato dei lavori, ci sottolinea, inoltre, come un intervento mirato a mantenere i caratteri originari delle facciate riproponendo la finta pietra, non sia poi così costoso come molti possono pensare e, quindi, la sua riproposizione contribuisca, senza un impegno molto gravoso per i proprietari, a mantenere i caratteri architettonici di un’epoca costruttivamente fondamentale per la nostra città e, dando lustro alla costruzione, possa alzare il valore intrinseco degli appartamenti. Come sottolinea anche l’Architetto Svevo Salvini, responsabile dell’ufficio Estetica del Comune, tutti i soggetti interessati negli interventi di manutenzione e recupero dovrebbero lavorare in questo senso, evitando di rovinare beni che, anche se non sottoposti a vincolo monumentale, costituiscono un patrimonio insostituibile.
L’intervento sul palazzo individuato con il numero civico 3 di Via Bigliati, che come gli stabili gemelli della stessa via, risale agli anni Trenta, è stato compiuto seguendo questi principi dallo studio degli Architetti Roberta Mantelli e Michela Ravera e dall’impresa genovese Nuova Rivestimenti Domus Srl. Come spiega Roberta Mantelli: «Il palazzo in oggetto, come molti immobili genovesi del primo Novecento, è connotato da un trattamento dell’intonaco a imitazione di materiali naturali: nel caso specifico le superfici prospettiche, sia dell’elevato, sia della zona basamentale porticata sono realizzate ad imitazione del travertino, con partiture in finto mattone delimitate da lesene laterali. Il severo e sobrio apparato decorativo si completa con mensole inginocchiate a sostegno di balconi e del cornicione, da cornici e timpani a definizione delle bucature, nonché da balaustre composte da elementi a fiasco cementizi». Al momento dell’intervento, la pietra artificiale aveva assunto una colorazione molto scura con notevoli depositi di polveri nere causati dagli scarichi dell’altoforno. Risultava anche particolarmente evidente, in zone concentrate, uno sfarinamento della parte superficiale dell’intonaco con forti dilavamenti fino alla perdita quasi totale della cromia dei mattoni e delle incisioni praticate nell’intonaco a imitazione delle lastre del travertino. Particolarmente delicato risultava anche lo stato di conservazione dei balconi e dei parapetti a balaustra. «Per quanto attiene alla tecnica realizzativa, che aveva portato all’imitazione della pietra naturale come finitura dei prospetti, occorre dire che tale pratica, particolarmente diffusa a Genova per la decorazione dei fronti tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, veniva ottenuta essenzialmente con due metodologie: con l’utilizzo del sale o con la chiodatura. Nel primo caso, la procedura si può sinteticamente riassumere dicendo che all’impasto della finitura veniva aggiunto sale grosso, in modo tale che al discioglimento del sale sulla superficie rimanessero le cavità che si ritrovano tipiche nella pietra. Con la tecnica della chiodatura, invece, l’effetto del travertino veniva ottenuto praticando sull’intonaco ancora fresco dei piccoli fori, in modo da creare artificialmente la superficie scabra del travertino naturale. Le incisioni venivano praticate con attrezzi all’uopo realizzati, costituiti da frattazzi di legno in cui venivano infisse delle punte metalliche (nella foto). La tipologia della foratura rendeva evidente che per l’edificio in oggetto e gli edifici gemelli sull’asse viario era stata utilizzata la tecnica della chiodatura, con fori di diversa dimensione e profondità». Così si è quindi proceduto nel restauro: «La parte a imitazione della pietra si presentava suddivisa in finte lastre, originariamente ricavate e riproposte per incisione. Il finto apparato lapideo si è ottenuto stendendo una malta in colorazione naturale, lavorandola a fresco con la procedura di chiodatura. Gli attrezzi sono stati costruiti direttamente dalle maestranze, che hanno predisposto più tacchi di legno con diversa disposizione e dimensione dei chiodi, in modo tale da riproporre lo stesso motivo decorativo visibile sull’intonaco in opera in quanto il risultato d’insieme risultava vario e particolarmente gradevole. Anche la tinteggiatura della superficie prospettica è stata frutto di molteplici campionature, in quanto doveva presentare un duplice requisito: riprodurre il colore della pietra naturale e, al tempo stesso, fare in modo che i fori praticati sulle finte lastre rimanessero in evidenza. A seguito di varie prove, la problematica è stata risolta con la scelta della stesura di una prima mano di tinta di fondo più scura, volta a mantenere in risalto anche in lontananza l’effetto dei fori tipici della pietra naturale. Sono poi state stese due successive mani di tinta, dosando due tonalità di colore: una mano uniforme più chiara stesa, con l’accortezza di non andare a saturare i fori praticati sulla superficie, e una mano di finitura con stesura in velatura molto diluita». La parte a imitazione del mattone si è ottenuta, invece, praticando, sempre a fresco, delle incisioni sullo strato di arenino di finitura, atte a realizzare le fughe tra i corsi di laterizio. Le incisioni sono state realizzate con un apposito attrezzo, sempre costruito dalle maestranze, con due lame ravvicinate che andavano ad incidere l’intonaco fresco. Sulla superficie incisa si è stesa una mano uniforme di grigio-nocciola, per riproporre il colore della malta di allettamento dei mattoni e, successivamente, su ogni finto laterizio una seconda mano in tonalità rosso mattone. Ed ecco che, grazie a un lavoro accorto, lo stabile è tornato quello di un tempo: «È importante - commenta Roberta Mantelli - che una città mantenga nei propri palazzi le caratteristiche e gli stili con cui erano stati costruiti. È anche un segno di rispetto verso il passato. Auspichiamo che anche tanti altri stabili possano essere restaurati con la stessa accortezza voluta dal nostro committente. Certo, noi siamo state agevolate dal fatto che il palazzo sia interamente di proprietà di una stessa famiglia che, insieme alla Signora Roberta Marchini, titolare dello studio di Amministrazioni Condominiali che la rappresenta, ha sempre attivamente partecipato ad ogni fase decisionale del cantiere. L’ottimo rapporto di collaborazione anche con l’impresa esecutrice, con la ditta Caparol, fornitrice dei materiali e con l’Arch. Svevo Salvini, del Comune, ci ha portate ad un risultato che ci dà soddisfazione».
INFORMAZIONI
Arch. Roberta Mantelli e Arch. Michela Ravera
Via B. Bosco 31/15 16121 Genova
Tel. 010 561386
E-mail: mantelli.ravera@libero.it


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